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L'ARTICOLO DEL MESE
Un Van Gogh con la chitarra
Baci infiniti dalle Muse a Bob Dylan; dopo musica, scrittura, poesia e cinema viene fuori anche la pittura, per l’ultrasessantenne poeta del rock.
Dipingere un quadro come suonare la chitarra. Fin troppo facile per un artista a tutto tondo come Bob Dylan. Del sessantottenne menestrello di Duluth pensavamo di aver detto e scritto tutto, soprattutto di quanto il suo genio ed estro artistico non conoscano pause, un po’ come il suo ultimo tour che lo sta portando in giro per il mondo con non meno di 100 concerti a stagione, tre dei quali nel mese di aprile scorso proprio in Italia. Un successo senza soste e senza limiti generazionali e territoriali. Da qualche giorno è stato pubblicato il suo quarantaseiesimo lavoro discografico Together Through Life, 10 calde ballate inedite che raccontano l’amore nell’ottica di Dylan con la solita grande fascinazione per la vita e tutte le sue innumerevoli contraddizioni, immersa com’è tra mille piaceri e mille dolori. Ma c’è un aspetto di Dylan che è davvero poco conosciuto ed è quello che lo lega indissolubilmente al mondo della pittura. Oltre al canto, sapevamo che si era brillantemente cimentato nel mondo della scrittura, della poesia, del cinema e della conduzione radiofonica. Una capacità di scrivere e raccontare in versi che lo scorso anno gli è valsa addirittura il premio Pulitzer alla carriera. Ma Dylan ha dimostrato di saper raccontare anche per immagini, attraverso il gesto pittorico, e lo fa pure molto bene.
A pensarci bene non si tratta di un caso isolato nel mondo della musica. Dei disegni di John Lennon si è scritto molto, lo stesso dicasi per David Bowie i cui quadri godono di buone quotazioni, e ci sarebbe da parlare di tanti altri cantanti dalla vena pittorica più o meno apprezzata, ma il filone pittorico di Dylan era rimasto nascosto al grande pubblico per molto tempo. A dire il vero, nel 1970, con un vezzo personalissimo aveva disegnato la copertina dell’album Self Portrait, un autoritratto appunto. L’avvicinamento di Dylan alla pittura è stato piuttosto metodico, certamente non da autodidatta. La causa scatenante pare sia da attribuire all’incidente di moto che lo ha visto coinvolto nel 1966. Durante il tempo passato in convalescenza è scattata la passione per il disegno e la pittura. Le cronache raccontano inoltre di due tappe fondamentali nel suo personalissimo viaggio tra i colori e i disegni: una nel 1974 con la frequenza del corso di pittura di Norman Raeben; l’altra, immediatamente successiva, con la frequentazione del pittore Bruce Dorfman. Dopo le prime timide mostre negli States, la fama di Dylan pittore è sbarcata con un certo ritardo anche nel Vecchio Continente. Tra il 2007 e il 2008 si sono svolte due importanti personali in Germania e Inghilterra. È stata la cittadina di Chemnitz, l’ex Karl-Marx-Stadt della Germania dell’Est, ad accogliere la sua prima mostra continentale. L’idea è stata di Ingrid Mössinger, curatrice del museo della cittadina tedesca, che ha invitato Dylan a proporre i suoi lavori pittorici avendoli ammirati durante un’intervista a New York. Dopo le prime riluttanze, Dylan ha accettato e sono venuti fuori 170 lavori realizzati tra il 1989 e il 1992. A coronamento della mostra ne è uscito anche un libro con lo stesso titolo della mostra The Drawn Blank Series . Lo stile pittorico, come accade già per la musica, è ricco di sfumature. Ci sono disegni di donne e tanta varia umanità immersa, a sua volta, in nature morte dai colori vivissimi: un caleidoscopio di gente che tenta di sbarcare il lunario così come accade per i personaggi dei romanzi di Raymond Carver. Ma ci sono anche semplici stanze d’albergo, letti di periferia dai colori sgargianti che hanno scomodato nei paragoni niente di meno che… Van Gogh. D’ora in poi, oltre alle canzoni che già “colorano” le nostre giornate, dovremo prestare la stessa attenzione all’universo pittorico del nostro poliedrico artista senza tempo immaginando che, anche con i pennelli, è ancora ben lontano dall’andare in pensione.
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